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Editoriale - 14/11/2005


Il 25 settembre i giovani della scuola di formazione politica hanno visitato il campo di concentramento di Mauthausen in Austria. Le riflessioni di Elisa Ravaglia e di Valentina Ballestrazzi.



Perché visitare, a 60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, il campo di concentramento di Mauthausen? "Per non dimenticare" è sicuramente la prima risposta che viene in mente; il problema è che penso bisogni intendersi su cos'è esattamente che non vogliamo dimenticare.
Si usa dire che è bene portare i giovani a fare questo tipo di visite, perché non sanno quel che è successo nel passato; eppure io ho 20 anni e credo di poter dire con abbastanza certezza che non esiste praticamente nessuno dalla mia età che, avendo un normale percorso scolastico alle spalle, non conosca almeno in linea generale questi fatti storici, complice anche il successo di film come "Schindler's list" o "La vita è bella".
Questo non significa naturalmente che ci si posa permettere di abbassare l'attenzione sull'impegno che l'istruzione deve mettere nella sensibilizzazione delle nuove generazioni, ma se il "non dimenticare" si riferisce puramente alla conoscenza nozionistica degli eventi storici, tutto questo perde enormemente di significato.
La prima, la più umana delle reazioni, che ti colpisce visitando Mauthausen è certamente la pietà.
Pietà e compassione causate dal fatto che improvvisamente i deportati da personaggi storici diventano persone, con un volto, una data e un luogo di nascita; e tu non puoi evitare di pensare a con che stato d'animo ognuno di loro ha guardato le mura che tu stai oltrepassando adesso..
Questi sentimenti poi, mi sembra di aver notato, sono spesso accompagnati da una continua e involontaria ricerca del particolare più scabroso ed eclatante, come se il nostro palato assuefatto alle violenze ed atrocità di ogni genere che ci vengono rovesciate addosso solo accendendo il televisore, avesse bisogno di sapere e vedere dal vivo qualcosa di sempre più forte per poter ancora provare la stessa emozione ed indignazione.
Non ci si può fermare alla pietà tuttavia. È un dovere morale verso quelle persone usare quella pietà come meccanismo d'innesco per fare un passo oltre, un passo che indubbiamente sarebbe molto più comodo non fare.
A un membro del nostro gruppo, dopo aver sentito la descrizione delle torture subite dai deportati, è venuto spontaneo chiedersi ad alta voce come sia possibile per un essere umano avere in sè una così alta dose di sadismo; la guida ha risposto che se si parla delle Ss non si parla di esseri umani ma di mostri. Non credo potesse dare una risposta più sbagliata di questa.
Considerare le Ss dei mostri ci fa andare a dormire più tranquilli perché si porta dietro l'implicita assunzione che adesso che la bestia nazista è stata sconfitta, ciò che è successo a Mauthausen e negli altri campi di sterminio, non può più ripetersi.
Eppure per capire quanto questa concezione sia sbagliata basta guardare le fotografie dei carcerieri nei momenti di pausa: ragazzi che scherzano tra loro, seduti attorno ad un tavolo a bere birra o magari che giocano a calcio in un campo posizionato a pochi metri di distanza dalle baracche dove i prigionieri muoiono.
La filosofa Hannah Arendt nel suo libro "La Banalità del Male", appunto, descrive la sorpresa provata nell'incontrare Adolf Eichmann, il gerarca nazista che si occupò del trasferimento degli ebrei nei campi di concentramento, e trovarlo un uomo assolutamente ordinario, né demoniaco né mostruoso, anzi un burocrate piuttosto superficiale e mediocre.
Niente mostri quindi, se non quelli che, secondo la celebre frase di Francisco Goya, vengono generati dal sonno totale della Ragione che può portare ogni società ed ogni suo componente a superare il labile confine che porta allo scivolamento verso questa zona d'ombra e verso l'abisso sperimentato con l'olocausto.
Perché cos'è se non la Ragione, il suo incessante ed instancabile vaglio della realtà, l'unico antidoto verso ogni forma di fondamentalismo e di violenza?
È un'attività faticosa, talvolta frustrante, ma è questo l'insegnamento di Mauthausen e delle sue vittime: un continuo sforzo del pensiero individuale, un'abitudine all'analisi lucida e critica di tutto quello che ci circonda e soprattutto dei valori che a volte qualcuno tenta di imporci dall'alto.
Insomma è ciò che, per intenderci, deve far scattare automaticamente un campanello d'allarme quando nel 2005 si sentono fare dei discorsi dispregiativi sulle razze meticcie da persone con importanti responsabilità politico-istituzionali.
Sta tutto qui il senso della visita a Mauthausen, è questo che non possiamo permetterci di dimenticare.


Valentina Balestrazzi


Inutile è forse dire quanto mi abbia colpito l'esperienza della visita al campo di Mauthausen.
Le atrocità della storia dell'uomo vengono raccontate in questo viaggio all'interno di un perimetro di terra circondato dal filo spinato, e il timore che vengano percepite come determinate in quel tempo e in quegli spazi può terrorizzare; o almeno, questo è quello che più di tutto terrorizza me.
Il fatto che per errore qualcuno possa interpretare tutto ciò come un episodio lontano e finito, e quindi irripetibile, non è altro che l'ultimo di una lunga serie di errori commessi.
Un'esperienza come questa non può solamente indurci ad osservare gli atti più riprovevoli e scabrosi, che ci fanno gridare tutti in coro la nostra condanna verso le "bestie", bensì riflettere su qualcosa di più profondo.
Le atrocità viste e sentite, non sono altro che la punta dell'iceberg di un odio che è intrinseco nell'uomo, un istinto primario, tanto quanto l'amore, e che in quanto tale deve essere controllato dalla ragione.
È fin troppo facile, quasi banale, dire oggi: "bestie", "inumani", "animali" , "pazzi".. senza pensare che quelle "bestie" e quei "pazzi", dopo aver torturato, offeso, ucciso, picchiato vittime innocenti, la sera tornavano presso le loro famiglie, come oggi noi impiegati, maestri, operai, studenti.
Siamo sicuri che fossero loro le bestie? Con questo non vorrei certo essere fraintesa: non li sto giustificando o difendendo, ma credo che la vera bestia non sia il singolo soldato delle Ss, ma qualcosa di ben più spaventoso: il fanatismo.
E sapete perché è molto più spaventoso? Perché può colpire chiunque, è una malattia che non si ferma davanti a niente e a nessuno, è il cancro dell'umanità che da sempre viene vissuto, visto, tollerato.
Se le vere bestie fossero state quei capi e soldati delle Ss allora tutte le guerre e le stragi compiute in tutto il mondo dopo la fine della seconda guerra mondiale non sarebbero esistite.. e invece continuano.
Non si chiamano più Mauthausen, Auschwitz, Dachau, Buchenwald.. possono per esempio chiamarsi Mostar, striscia di Gaza, New York, Madrid, Beslan, Abu Ghraib.. solo per citare le più recenti. Cambia l'esecutore, cambia la vittima, ma due componenti sono sempre costanti: odio e fanatismo.
Allora, se veramente qualcuno se la sente di smentire un vecchio motto, che recita più o meno così: "l'uomo impara che dalla storia non si impara niente", vada oltre l'apparenza, scavi più in profondità e allora vedrà che anche i kapò erano prigionieri, che le Ss altro non erano che disgraziati assuefatti al fanatismo.. Esattamente come chi nel nostro moderno e virtuoso 2005 si fa esplodere con la promessa di un mondo migliore.
Vittime e carnefici si confondono, la vera sconfitta allora è non riuscire più a distinguere la "bestia" che per convenzione si tende a proiettare sulla vulnerabile figura di un uomo, con tutte le sue debolezze. È una lettura semplicistica, che non rende giustizia alla realtà dei fatti.
Forse non tutti sanno che il meccanismo dei campi di concentramento fu appositamente studiato proprio per estirpare la frustrazione ed il senso di colpa che nasceva nei soldati al momento delle esecuzioni dirette. Infatti, prima della costruzione di questi luoghi (peraltro fatti costruire agli stessi prigionieri), erano assai più frequenti suicidi ed ammutinamenti tra i soldati nazisti, che non sopportavano più l'idea di essere i diretti esecutori di omicidi di massa. Così scrive Raul Hillberg dal diario del generale Von Dem Bach il 15 agosto 1941, in occasione di una esecuzione di massa a cui assistette anche Heinrich Himmler:
"..quando si aprì il fuoco Himmler divenne sempre più nervoso. Ad ogni tornata di colpi guardava in terra, ai suoi piedi. Vedendo le due donne colpite ma non ammazzate, urlò al sergente di non torturarle oltre. Conclusa l'esecuzione Himmler avviò una conversazione con l'obergruppenfürer (generale di corpo d'armata), che si rivolse ad Himmler:
"Reichsfürer (maresciallo), ce n'erano solo cento"
"Cosa intendi dire?"
"Guardi gli occhi degli uomini del kommando, come sono profondamente accesi. Questi uomini sono finiti per il resto della loro vita. Che genere di seguaci stiamo formando in questo modo? Nevrotici o bestie brutali!"
Visibilmente toccato Himmler decise di parlare a tutti i presenti, fece notare che le Einsatzgruppen erano state chiamate a compiere un dovere repellente. Gli sarebbe stato insopportabile, disse, vedere dei tedeschi eseguire un simile compito con la gioia nel cuore. Ma non per questo la loro coscienza doveva patirne, perché erano soldati che dovevano obbedire incondizionatamente a tutti gli ordini ricevuti. L'uditorio aveva certo notato che quel mestiere sanguinario gli faceva orrore e che ne era rimasto scosso fin nel profondo dell'animo; ma anche lui, compiendo il proprio dovere, obbediva ad un imperativo superiore, ed era la profonda consapevolezza della necessità di questa operazione a guidarlo nell'agire.
Poi Himmler invitò gli uomini a pensare alla natura: ovunque c'era la guerra, non solo tra gli uomini, ma anche nel mondo degli animali e delle piante. Chiunque fosse troppo provato per continuare nella lotta era destinato a soccombere.." Il brano si commenta da sè.
Diverso era invece dopo l'attivazione di questi campi, dove il responsabile non era più il singolo, bensì un intero apparato che si ricollegava ad un fanatismo condiviso e all'utopia di un mondo perfetto. Non erano neppure pazzi! Certo, Hitler, soffriva di un disturbo paranoico, ma pure una lettura di questo tipo non porta alcunché, visto che i suoi seguaci erano milioni e quindi sicuramente non tutti pazzi.
Penso davvero che l'unica cosa, l'unico dovere morale e storico che noi posteri abbiamo, sia ricordare quanto accaduto, non attraverso una lettura superficiale, attenta solo alle violenze che più di tutto ci colpiscono, ma utilizzare un chiave se vogliamo più pessimista, lanciando così un messaggio: ciò che è accaduto ieri, non è detto non possa accadere domani o semplicemente oggi, ma altrove, lontano dai nostri occhi.
Questo è l'unico modo per rendere giustizia, per dare voce a chi non l'ha più.
Il fanatismo è devastante perché svuota gli oggetti d'amore. L'unico modo per farvi fronte e difendersi da esso è ridare dignità e valore a quegli oggetti tramite la memoria e la continua sete di verità.

Elisa Ravaglia